Il vento gelido porta e riporta le nuvole sopra i boschi di robinie, la sagoma di Montevecchia occhieggia all’orizzonte tra gli alberi nella dolce luce autunnale che imbeve la Brianza della sua aura dorata di ottobre. Nel silenzio o nel frastuono, vorremmo poter sentire qualcosa. Qualcosa che ancora ci faccia sentire in grado di poter pilotare il nostro futuro con una piccola azione di fermezza. Decidere di partire, un colpo di testa, un inseguimento. Se l’istinto è stato sempre il nostro boomerang, adesso la testa dice basta.
Vuoi resistere. Per cosa?
Vuoi evadere. Dove?
Vuoi combattere. Come?


Qui, sulle rampe di un tempio, che persino i bambini hanno pedalato almeno una volta nella loro vita, i tifosi di Marco Tizza continuano a professare il loro attaccamento per il loro idolo anche se non è in startlist. La musica, i panini, l’astronauta. Lui è lì con loro, in borghese, praticamente alla sua festa a guardare quella perenne dichiarazione d’amore. Scalfito nei loro cuori, proprio come questa corsa è nei nostri. L’ultima delle ultime, sconfitta in tutte le solite gare che si fanno a chi ce l’ha più grosso. Perdente, isolata, depredata dai grandi nomi e dai riflettori.
Ma cosa importa se hai su di te lo sguardo di chi ti ha amato sempre?

Così guardiamo la Brianza con le sue ferite aperte, dove il sangue della diossina riemerge con le ruspe della Pedemontana, con la sensazione di avere perso qualcosa di nostro e non riuscire più a riaverlo indietro. Mentre Adam Yates è impietrito come uno che – in fondo – è abbastanza abituato a vincere, Carlos Canal sa che una foratura ha buttato al vento le sue speranze. Avrebbe vinto? Forse no. Ma quei dannati secondi continuano ad essere tra lui e quella possibilità. Il ciclismo lo sa, è abituato a vedere i suoi figli sfortunati chinati su sé stessi, seduti sull’asfalto. Non può farci niente perchè altrimenti non saremmo qui. Il sole obliquo taglia a metà il rettilineo d’arrivo come farebbe un sogno lucido in cui non sai mai se davvero hai comunicato con la realtà o è solo una tua impressione.

Sono le cinque del pomeriggio. La luce che adesso bacia come una sonata di pianoforte le foglie appena dorate degli alberi, domani mostrerà la faccia slavata dei capannoni bianchi come quella di un disgraziato ubriacone al primo chiarore dell’alba. Ma noi ancora faremo caso alle scritte sui muri, ai messaggi lucidi, ai suoni nella notte. Non perderemo la poesia di oggi e nemmeno quella di domani. Riavvolgeremo il filo fino alla fine e ritroveremo l’inizio.
Voglio chiudere gli occhi.
Voglio dormire.
Fammi sognare ancora.
I sogni lucidi rappresentano un affascinante territorio dell'esperienza onirica in cui si acquisisce consapevolezza di trovarsi dentro un sogno. Questa consapevolezza può offrire la possibilità straordinaria di interagire volontariamente con i contenuti del proprio racconto notturno e persino di dirigerne la trama.